La cronaca 2006

La vocazione?
Una partita tutta da giocare

di Roberto Rizzente

 

Prologo (18 giugno 2005)

 

«E Claudia che non si scoraggerà e lo staff di Hystrio che si rimobiliterà per l’edizione 2006. Anche a nome del folto pubblico che si è divertito. Capitasse più spesso a teatro!» (Fabrizio Caleffi, Hystrio, 3/2005).

Ogni storia comincia dalla fine di una precedente. L’applauso del pubblico alla fine del primo atto è di buon auspicio per il secondo. È con questa speranza, che si alza il sipario sull’edizione 2006.

 

Atto I -Le preselezioni (25-26 maggio 2006)

 

L ’avessi sentito raccontare da un amico, avrei pensato a uno scherzo. Uno spazio molto glamour, il Lirios Group di via Novi, con quelle pareti colorate e le luci studiate ad arte. Alla Eyes wide shut, per intenderci. Niente di più lontano dalle care, vecchie assi di legno del palcoscenico, sempre un pò traballanti, cui ci hanno abituato anni di onorato mestiere. Varco la porta d’ingresso, e mi accorgo di essermi sbagliato. Perché il teatro, stavo quasi per dimenticarlo, è calore, fantasia. Pochi istanti, e gli attori ce ne sono tantissimi, quest’anno, da ogni parte d’Italia -ti animano un mondo,un idillio, una storia. Non c ’è bisogno di luci, di costumi, di scenografie. Bastano le parole. E l’entusiasmo. Che sommato a un pizzico di talento, incanalato da scuole più o meno serie, più o meno affermate, è sufficiente a (ri)accendere l’emozione. Prendo posto in giuria. Sempre più, mi convinco di essere nel posto giusto. Le sale rimandano l’eco degli allievi, il respiro affannoso di chi si prepara alla prova, il tonfo di qualche corpo sbattuto a terra troppo pesantemente. Qualche fidanzato/a saltella per la gioia, gli amici accordano le chitarre, e le mamme applaudono soddisfatte. Oddio, qualcosa da ridire ci sarebbe. Molte battute si interrompono così, a metà. Qualche gesto di troppo, qualche posa, recuperata da prontuari d’accatto di fine Ottocento, meriterebbe pure la censura di uno sbadiglio.

Ma agli allievi, si sa, si perdona tutto. È la vocazione, qui, che conta.

L’esperienza, mi dico, si farà col tempo.

 

Atto II -Le selezioni (15-16-17 giugno 2006)

 

C ’è grande agitazione, alle giornate della selezione. Sono arrivati gli attori. Quelli con il diploma nel cassetto, freschi freschi di accademia. Persino lo spazio, qui al Litta, è più serio. Più da provino, almeno, con quel palco lungo un chilometro, i tendaggi rossi e le poltrone di velluto, da salotto ottocentesco.

E poi la giuria. Prende tutta una fila, tanti sono i nomi, di gran richiamo, che la compongono.

Spezza a metà la sala. Come a marcare il limite ultimo dove ha fine la realtà e inizia il sogno.

Arrivano i ritardatari. I giurati prendono posto. Poche annotazioni, qualche cenno di incoraggiamento, e la sfilata può cominciare. Tanti nomi, tante scuole, tutte più o meno rinomate. Gli autori, quelli di sempre: Cechov, Pinter, uno sporadico Pirandello, il solito Shakespeare. Con qualche punta di novità: il Tremblay delleCognate e l ’irresistibile Simonetta di Arriva la rivoluzione e non ho niente da metterm i. I ragazzi sono bravini, ce la mettono tutta. Sudano, cantano, si accapigliano; le pareti rimbombano, e le assi del palcoscenico scricchiolano sotto le ampie falcate dei più esuberanti. Dalle quinte, in sala, nei cortili del Litta, i compagni li osservano con una punta di trepidazione. Qualche volta di invidia, a seconda delle speranze, più o meno velate, di conquistare il premio. Non sfigurano, complessivamente, i superstiti della preselezione:alcuni di loro, in tutta sincerità, meriterebbero di arrivare al traguardo. Le ore passano, la giuria compila cumuli di verbali; un ragazzo arriva trafelato, la valigia in mano, a ricordarci che la realtà preme all’esterno, e che bisogna chiudere. Cala il sipario. Le voci si fanno più rade. Nessuno può disturbare, ora, il lavoro della giuria.

 

Atto III -Il gran finale (17 giugno 2006)

A momenti, ci prendeva un colpo. A programma già mandato in stampa, contattati gli sponsor -uno, in verità- prenotato il teatro, ecco, immancabile, il colpo di scena. Coup de théâtre, come si dice in francese. Italia-Usa. Partita mondiale. Nell’anno del dio-pallone malato, certo. Ma il calcio è il calcio. Giocoforza, la cerimonia va anticipata. E paradossalmente, forse va meglio così.

Perché la sala è piena all’inverosimile. C’è di che esserne fieri, e forse un tantino preoccupati, ci diciamo dietro le quinte. Ma il risultato non delude le aspettative. Roberto Recchia, sul palco, è irresistibile. Duetta con Claudia, scherza con gli ospiti, fa gli onori di casa.

Né mancano i big. César Brie su tutti. Sobrio, delicato come è nel suo stile, parla di sogni, di pace e di armonia. Tempo di salutare gli altri premiati

-Teatro della Cooperativa, il Festival delle Colline Torinesi, Vittorio Franceschi, Patrizia Milani, Antonio Albanese- e sul palco si avvicendano i vincitori del Premio alla Vocazione. Francesco Careddu delizia il pubblico con lo psicopatico protagonista di Angelo della gravità di Massimo Sgorbani. A distanza di qualche minuto, replica Massimo Nicolini con il volgare arricchito di La porcilaia di Chiti, mentre Alice Arcuri è un’ irresistibile ragazzina, cresciuta troppo in fretta, nel troppo poco frequentato Simonetta. Passano i minuti, la partita incombe. È la volta di Ugo Ronfani. Parla con il cuore, ricorda la moglie scomparsa, denuncia i tanti mali del sistema -l’inerte gerontocrazia degli Stabili, la fatiscente auto-referenzialità delle scuole- e lancia un appello ai giovani. «Serbate il ricordo di questi momenti, rivelate quanto di più segreto è in voi per costruire un’ipotesi di futuro in questo mondo strano».

È un messaggio alto, come è nello stile di chi, sedici anni fa, si inventò questo Premio. Ma non tutti, in sala, hanno orecchi per ascoltare. Molte teste sono rivolte là, verso lo schermo, dove va in scena un altro spettacolo. Finito 1-1, dopo uno squallido can-can di falli, ripicche ed espulsioni. Ma questa, è un’altra storia.

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